lunedì, 23 novembre 2009, ore 20:39

L’eterno sopruso

Fingendo orizzonti
C’erano luci vestite di nebbia viste affondare il naso nelle colline e il suo corpo fragile perso nei sedili di un’automobile. Lì, ferma e muta, nel suo essere piccola si chiudeva. Oppressa dal pensiero che non vi fosse alcuna porta su nel cielo o tra le brune colline. Ammirava gli astronauti. Tutti gli altri qui escono dalle macchine, conversano, disegnano luna e stelle sul cielo finto della prigione. L’orizzonte è una finzione, pensava, siamo pazzi convinti che l’unico ostacolo sia la distanza. Temperava i pensieri nella speranza si accomodassero alla realtà. Il silenzio consumava le ciglia lungo la strada. Le parole morivano sulle labbra, trafitte dall’inutilità della loro vita breve. Con le braccia lungo il sedile rimaneva immobile, violentata dalla realtà. Ammirava gli astronauti, la follia visibile di chi tenta un varco. Qui gli altri pazzi dormono, mangiano, a volte si divertono e cantano, consumano lo spazio in girotondi felici che alzano polvere negli occhi.


p.s. visitate il sito www.noubs.it, è in atto un contest al quale sto partecipando, potete leggere e votarmi se vi va. :)
Un bacione

 

giaciglio
April15

lunedì, 23 novembre 2009, ore 01:05

L’eterno sopruso

Fingendo orizzonti
C’erano luci vestite di nebbia viste affondare il naso nelle colline e il suo corpo fragile perso nei sedili di un’automobile. Lì, ferma e muta, nel suo essere piccola si chiudeva. Oppressa dal pensiero che non vi fosse alcuna porta su nel cielo o tra le brune colline. Ammirava gli astronauti. Tutti gli altri qui escono dalle macchine, conversano, disegnano luna e stelle sul cielo finto della prigione. L’orizzonte è una finzione, pensava, siamo pazzi convinti che l’unico ostacolo sia la distanza. Temperava i pensieri nella speranza si accomodassero alla realtà. Il silenzio consumava le ciglia lungo la strada. Le parole morivano sulle labbra, trafitte dall’inutilità della loro vita breve. Con le braccia lungo il sedile rimaneva immobile, violentata dalla realtà. Ammirava gli astronauti, la follia visibile di chi tenta un varco. Qui gli altri pazzi dormono, mangiano, a volte si divertono e cantano, consumano lo spazio in girotondi felici che alzano polvere negli occhi.


p.s. visitate il sito www.noubs.it, è in atto un contest al quale sto partecipando, potete leggere e votarmi se vi va. :)
Un bacione

 

giaciglio
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria :

post<li>

sabato, 14 novembre 2009, ore 11:07

Mi capita spesso leggendo autori emergenti (ma ho trovato la stessa caratteristica anche in molti autori affermati, penso ad esempio ai libri di Simenon che rigurgitano di dialoghi o a certi romanzi di Marquez , tanto per citarne qualcuno), di trovarmi davanti a pagine e pagine fitte di battute, di frasi in cui, dopo un po’, si perde di vista il “chi dice cosa”.

Se è vero che i dialoghi rendono i personaggi più “vivi” non dimenticate però che la logorrea è asfissiante. A tutti sarà capitato di imbattersi nel cosiddetto “attaccabottone”, una persona cioè capace di inchiodarvi per ore col racconto minuzioso di fatti assolutamente insignificanti. Per evitare di essere voi l’attaccabottone di turno, quando scrivete i dialoghi, mettetevi al posto del vostro lettore. Eccolo lì, lo vedete? Si è seduto in poltrona, armato delle migliori intenzioni di questo mondo (vuole finire di leggere il capitolo prima di cena), eccone là un altro, aggrappato alla staffa in un bus sovraffollato, col gomito del vicino piazzato in un fianco e i capelli riccioluti di una grassona che gli solleticano il naso. Quanto credete che potrà durare l’attenzione di questi poveretti, durante la lettura di un dialogo che si protrae per diverse pagine? Tre minuti al massimo, dopo di che quello in poltrona si alzerà per andare a spilluzzicare qualcosa in cucina e il tizio del bus, che ormai si è perso nel disperato tentativo di capire “chi dice cosa”, deciderà di scendere alla prossima fermata e di fare due passi per snebbiarsi la mente, ingolfata da dialoghi di questo tipo:

  • Situazione di partenza: due amiche, sedute al tavolino di un bar, parlano di una conoscente, affetta da depressione, che ha tentato di uccidere il marito. La prima donna è una bionda, quarantenne, insegnante di sostegno in una scuola elementare. Si chiama Vanda e ha alle spalle un matrimonio fallito. L’altra è Carla, trentacinquenne, giornalista free-lance che si occupa di cronaca nera per un giornale locale.

-Non credevo che lo avrebbe fatto, non era il tipo.

-Come puoi dirlo? La mente umana è un mistero.

-Già, ma certe cose si sentono a pelle… Ho parlato con lei diverse volte e mi ha sempre dato l’impressione di essere una persona equilibrata…

-Ma per favore, non farmi ridere. Se quella è equilibrata io sono Wonder Woman…

-Non scherzare, è una cosa seria. Sai meglio di me che, per certe cose, l’intuito è meglio di un radar…

-Non dirmi che credi a queste cretinate! Se mi fossi affidata all’intuito, sai quante cantonate avrei preso…

-Già, però non si arriva a uccidere un uomo così, ci devono essere stati per forza dei segni premonitori.

-Segni? Premonizioni? Ma, smettila… mi sembra di parlare con mia madre. Lei è una che crede all’aldilà, alla sfiga, ai gatti neri e al sesto senso…

-Che c’entra il sesto senso? Qui si tratta di un delitto a sangue freddo.

-E chi lo dice? Nessun omicidio avviene a sangue freddo, l’autore del crimine, in ogni caso, è un essere umano per cui…

-Stai giustificando quella donna?

-Non ho detto questo. Se tu mi lasciassi parlare, ti spiegherei che la componente emotiva è sempre presente in  tutte le nostre azioni …

Il dialogo può andare avanti all’infinito e, se è vero che in certi momenti è possibile intuire chi sta parlando (ad esempio la psicologa quando fa riferimento alla componente emotiva e alle superstizioni) per la restante parte il lettore brancola nel buio, si perde in un labirinto in cui non è prevista l’uscita.

Se il vostro intento, dunque, è quello di scoraggiare, andate avanti così,  riempiendo cartelle e cartelle di dialoghi, se invece, come suppongo, i vostri sforzi sono tesi al raggiungimento dell’obiettivo che deve essere sempre “coinvolgere e affascinare” il lettore, allora tenete presente la regola del “q.b” delle ricette di cucina. Quanto basta! La  giusta misura in ogni cosa è il criterio a cui non dovete mai rinunciare.

Pina Varriale

 

April15

mercoledì, 11 novembre 2009, ore 21:17

Cos´erano i girasoli? Tania, non li aveva mai visti. Veramente
conosceva pochissimi fiori, giusto il geranio stento, che la mamma
coltivava in una latta davanti alla baracca, e quei fiorellini che a
primavera si ostinavano a uscire sullo spiazzo fangoso, pieno di
rifiuti e sterro, su cui sorgeva l´agglomerato di baracche della loro
piccola comunità. E anche il quartiere vicino, dove andavano per gli
acquisti e a mendicare, era tutto palazzoni di cemento grigio. Ma le
signore che venivano di tanto in tanto a portare vestiti e giocattoli
avevano portato tutti i bambini in una grande sala dove avevano
proiettato video di prati verdi e montagne, di piante e fiori
bellissimi e avevano chiesto loro se conoscevano nomi di piante,
di alberi, di fiori, perchè poi li avrebbero portati a
fare una passeggiata su un prato o in un bosco. E i bambini si erano
sforzati di pensare a qualche pianta, ma inutilmente.
"Broccoli" aveva detto Igor e tutti avevano riso; poi  Tania aveva detto
"girasole" (stava scritto sulla latta dell´olio sotto un fiore
giallo) e una signora aveva detto "brava, allora vi porteremo in un
campo di girasoli". E adesso erano tutti sul pulmino, ognuno con il
proprio zainetto con un panino e un succo di frutta,  il pulmino correva veloce ed erano un
po´ frastornati perché non si erano mai allontanati tanto dallo spiazzo
di baracche. Intorno c´era campagna verde
e alberi e tanti colori e poi, di colpo, il pulmino si era fermato,
erano scesi ed ... ecco i girasoli!  Fiori enormi, gialli, altissimi. Il
campo era immenso, si poteva giocare a nascondersi e correre
all´infinito tra gli steli. Tania guardò verso l´alto, il cielo azzurro
tra i fiori, ma le girava la testa.


Giuseppina Moleta
 

April15

martedì, 10 novembre 2009, ore 21:50





Pina Varriale

“Tutti tranne uno”

Edizioni PIEMME

pagg.201 costo € 12,50

 

 

Pina Varriale ancora una volta ci stupisce, ci travolge facendoci immergere in uno spaccato di vita reale attraverso gli occhi e l’emozioni di un’adolescente, Giulia. La crisi economica che sta vivendo il nostro Paese fa da sfondo a “Tutti tranne uno”.Giulia è  alle prese con l’ingresso nella nuova scuola, i nuovi compagni,   i suoi sogni, i suoi idoli,la moda da seguire, ma la sua vita tranquilla viene sconvolta, costringendola a diventare grande prima del tempo. Tutto muta in modo devastante lasciandola di fronte ad una realtà crudele,ma purtroppo vera. La disoccupazione della madre determina la rinuncia all’agiatezza e la conseguente insoddisfazione della donna fomenta incomprensioni con il padre della protagonista, minando la pace familiare. La successiva scomparsa di quest’ultimo la spinge a diventare anche detective. La trama è appassionante con diversi colpi di scena. Il lettore è preso per mano dalle descrizioni dell’autrice nella realtà, che ben conosciamo dalla cronaca: disoccupazione,usura,povertà, Caritas, isolamento, allargamento del nucleo familiare per far fronte alle spese. Tra queste pagine si possono leggere i sentimenti e l’emozioni dell’adolescente messe in risalto dalla situazione drammatica in cui vive, senza percepire disperazione. La grande voglia di vivere e la grinta di Giulia ricordano  Antonio in “ Ragazzi di camorra” e Sevla in “ bambini invisibili”, inoltre si percepisce come filo conduttore un sottile messaggio per i giovani lettori: non fermarsi a ciò che gli occhi possono ammirare, l’apparenza è un abile ingannatrice. Ancora una volta Pina Varriale ha scritto un libro per ragazzi,ma perfetto, anche, per il pubblico adulto. Non solo per i contenuti attuali,ma perché permette a colui il quale ha dimenticato la sua adolescenza di vedere l’insicurezze, l’aspettative , i problemi esistenti in quel periodo di vita che arbitrariamente lo si ritiene spensierato.

 

 

 

 

ambradorata

sabato, 07 novembre 2009, ore 11:38

Tra gli elementi che dobbiamo tenere presenti e su cui è necessario giocare bene per ottenere un effetto di verosimiglianza ci sono i dialoghi. Mi capita, spesso, di leggere degli autori emergenti che, se da un lato appaiono soddisfacenti in quanto a scorrevolezza  dei testi, poche “cartelle” più avanti, cadono miseramente nell’affrontare i dialoghi.

Vi faccio un esempio: immaginate un Autore che abbia descritto  un paesaggio urbano, in cui si muove un branco di sbandati. Come pensate che debba svolgersi un dialogo tra Giorgio,  il leader e uno dei componenti della banda?

La situazione è la seguente: la banda ha organizzato una rapina ai danni di un distributore di benzina, ma qualcuno ha chiamato la polizia e soltanto Roberto è riuscito a sfuggire all’arresto. Giorgio, il Capo, non era presente e chiede il resoconto dell’accaduto.

Nel dialogo, i termini usati dagli “attori” devono essere il più possibile usuali, consueti. Evitate le parole ricercate e i termini obsoleti che danno un effetto di “ingessato”. La credibilità e, dunque, la verosimiglianza della storia si costruisce anche in questo modo. Questo non vuol dire che bisogna rifarsi a una sorta di “verismo” moderno, riportando nei dialoghi parole e modi di dire  regionalistici. Non dimenticate che l’ipotetico lettore può appartenere a qualunque area geografica. Un testo troppo ricco di coloriture dialettali, utilizzate allo scopo di rendere “verosimile” il dialogo, finisce non solo con lo stancare presto ma è, soprattutto, di difficile comprensione.

Per tornare all’esempio di cui sopra, il dialogo tra Giorgio e Roberto, potrebbe essere il seguente:

-Erano già là… ci stavano aspettando. Non abbiamo avuto neanche il tempo di dire “crepa” che…

- Taglia corto, voglio sapere come avete fatto a farvi fregare…

- Ce li siamo trovati addosso, quel bastardo del benzinaio  ha intrappolato i ragazzi nello sgabuzzino… I soldi sono qua, ha detto. Pietro e Marco sono entrati per primi, Filippo non si fidava ma alla fine ci è cascato…

-E tu?- lo sguardo di Giorgio è fosco- Come hai fatto a scappare?  Non sei più furbo degli altri, eppure… sei qui…

Come potete notare, le parole utilizzate sono semplici, così come accade in un dialogo reale, ma i termini “bastardo” e “crepa” danno immediatamente l’idea dei personaggi e dell’ambiente sociale a cui appartengono.

Spesso i principianti fanno un uso eccessivo di termini forti, spesso volgari o comunque, non necessari. Una eccessiva coloritura dei dialoghi finisce presto col disturbare il lettore e col distogliere l’attenzione sui fatti che si stanno narrando.

Quando scrivete un dialogo, sforzatevi di immaginare come parlerebbero i vostri personaggi se fossero persone in carne ed ossa. Tenete sempre presente a quale categoria sociale appartengono, qual è il contesto in cui si muovono, che bagaglio culturale hanno alle spalle.

E’ assai improbabile infatti, come talvolta mi accade di leggere, che un delinquente si rivolga a un compare dicendogli:

-Erano già là… ci attendevano. Non abbiamo avuto il tempo di capire cosa stesse accadendo.

- Basta con gli indugi, spiegati!

-Siamo stati attirati in una trappola… il benzinaio, con una scusa,  ha fatto in modo di imprigionare i ragazzi nel retrobottega…

Credo che l’esempio sia abbastanza chiaro, tutto quello che adesso dovete fare è esercitarvi senza dimenticare di rileggere ad alta voce ciò che avete scritto. Abituatevi ad “ascoltarvi”, non è da tutti ma dà ottimi risultati.

Pina Varriale

April15

venerdì, 06 novembre 2009, ore 21:01

Ore 9 del mattino.

Allora,… chiavi,orologio, telefonino, agenda, soldi…Sì, ho preso tutto.

Esco sul pianerottolo, chiudo a chiave la porta di casa, mi giro per scendere le scale e …. E a momenti casco di sotto!

Appena in tempo riesco ad aggrapparmi alla ringhiera del ballatoio.

Gesù, ma come e’ possibile! Manca una tesa di scale!

Faccio un passo indietro e guardo meglio. Manca una tesa di scale tra il terzo e il secondo piano. Dieci scalini  piu’ la ringhiera...

Calcinacci non se ne vedono, quindi non e’ caduta. Avrei sentito il rumore. Dieci scalini di cemento di un metro e dieci quanto possono pesare? Seicento chili? E il ferro? Altri cento? Settecento chili che cadono da circa tre metri fanno un rumore infernale. Impossibile non sentirlo.

Deve essere successo qualche altra cosa.

Se Lucia e’ uscita alle otto e trenta il fatto deve essere successo nell’ultima mezz’ora.

E se fosse caduta di sotto?

Ma sotto non c’e’ niente. Se l’avessero aiutata quelli del secondo piano mi avrebbero chiamato.

 No, no, dev’essere successo qualche altra cosa.

Entro in casa, chiudo la porta, mi siedo.

Ma sono sveglio?

Bevo un po’ d’acqua. Esco di nuovo per guardare meglio.

Segni alla parete dove erano collegate le scale non ve ne sono. E neanche ai ballatoi.

Tutto e’ uniformemente dipinto come se le scale non fossero mai esistite. Eppure noi le adoperavamo quelle scale. Per forza. Abbiamo portato il televisore grande. Quello pesa un accidente. Senza scale come avremmo potuto  portarlo su?. Ma si’ sono anche caduto per quella scala. C’era, c’era!

Vuoi vedere che l’hanno rubata?

Ma 700 chili come te li porti?

Un miracolo!

Tra madre Teresa, padre Pio, San  Giustino Russolillo che era nato  proprio in questo quartiere, vuoi vedere che uno di loro ha voluto mandarci un segno divino?

Ma proprio nel nostro palazzo?

E facendo scomparire una tesa di scale?

Non sia mai!

Le televisioni di mezzo mondo, le interviste, i pellegrinaggi. Dovrei cambiare subito casa...

O specularci sopra: interviste e visite a pagamento. Il santo che mi e’ apparso in cucina e mi chiedeva da mangiare per i poveri. Partecipazioni al Costanzo show, a Porta a Porta, a Miracoli, a Stargate. No, no troppo faticoso. MaraVenier, l’Osservatore romano, Oggi, Panorama, la gente che ti ferma per strada…

Non sia mai!!!

Ma le scale? Dove saranno finite?

E se innaffio il muro? Puo’ darsi che ricrescono. E quanto tempo possono impiegare per ricrescere? Io vorrei uscire adesso. Gia’ si sta facendo tardi.

E poi bisogna innaffiare mattina e sera? Oppure una volta a settimana? E cresceranno esattamente come prima?

Io telefono ai pompieri. Ma che gli dico? Che ho fatto tardi ad un appuntamento perche’ non ci sono piu’ le scale nel palazzo e non posso uscire? Mi diranno di chiamare la salute mentale.

Meglio chiamare i carabinieri. Quelli può darsi che vengono.

Gli dico che hanno rubato le scale. Ma no. Quelli non ritrovano le automobili, figuriamoci se si muovono per una tesa di scale. E poi come la descrivo? 10 scalini e una ringhiera? Troppo generico…

Sicuramente bisognera’ avvertire l’amministratore.

Ma non so come telefonarglielo…

 Adesso sai che faccio? Mi nascondo all’ultimo piano e che se la sbrogli qualcun altro.

Io tengo un’età!

                                                        Vincenzo Senise   

April15
commenti ¦ commenti (popup) ¦ Permalink ¦ categoria : racconti

post<li>

giovedì, 05 novembre 2009, ore 21:41

(100 parole + 5 definite :GIRASOLE-FANTASTICO-MARCIA-PASSIONE-FINE)

 

 C’è sole, m’affaccio al balconcino, da quando all’amore ho detto:Fine, ne ho fatto la mia passione.

Laura, dice sempre che ho una marcia in più, sarà….!

Non ci vedevo niente di fantastico nella mia vita, fino a che Gabriele non mi ha invitato in barca e ho portato Girasole, il mio gatto.

Stefania Parisi

April15

lunedì, 02 novembre 2009, ore 20:54

Amore, ti ricordo com'eri

nella buia pineta di periferia:

la pioggia cadeva a scrosci,

tremavi come una foglia.

 

Ora sento il tempo che muore

non è più la nostra stagione.

Penso all'antico inverno,

al breve idillio vissuto.

Perdonami,è stato un intermezzo.

 

Patrizia Carotenuto

April15

lunedì, 02 novembre 2009, ore 20:50

Camminai a lungo per quei luoghi ameni, che amavo tanto, e andavo nei posti più sordidi, solo per trovare un che di alienante dal mio inferno.

Mi accorsi ben presto, mentre scendevo le scale mobili, che guardavo, con stupore, la subdola speranza di rendere quel posto più bello con dimostrazioni moderne dell’arte, facendo, così, credere alle persone che, infondo, il progresso non è così male.

“Sapete potete andare da via clà a via bah in pochi minuti, senza percorrere a piedi quei viali alberati e illuminati …”

“Sapete potete incontrarvi tutti qui, tra un quadro di Picasso e una frase di un poeta qualsiasi, tra un graffito e un murales, per assaporare lo stupendo profumo del sudore di tante persone e l’inebriante non che estatico odore di chiuso e di sotterraneo, altrimenti che l’odore di fiori e il profumo delle brioche in una calda mattinata estiva!”

“Sapete potete non bagnarvi quando piove e non sapere nemmeno più i nomi delle strade, perché vi saranno tanti passaggi sotterranei, cui dare nomi nuovi, per passare da una stazione all’altra”

Forse non era così drastica la cosa, forse ero io che la vedevo così, ma scesi quelle scale lo stesso e incominciai ad osservare.

Improvvisamente mi sentivo come se le cose vivessero per ferirmi. I pavimenti ricchi di puntini neri mi colpivano, le strisce gialle mi trascinavano chissà dove, persino le mura attorno a me sembravano stringersi. La bocca incominciò a farsi pastosa e il cuore a battere un ritmo assordante. Tutto urtava contro di me, urlava la sua presenza. Non era scontato il cartello con le fermate, non era immobile il pulsante dell’ascensore, tutto partecipava, tutto vibrava di esistenza. Strane silhouette di carne sgambettavano sicure verso un grosso serpente giallo e rombante.


Flavia Balsamo
April15